Signora mia, per fortuna che arrivano gli ospiti

Artediparte cerca di sopravvivere alle avversità, che poi proprio avversità non sono, perché abbiamo tutti e tre avuto un inverno e un’estate molto impegnati e questo significa che in casaArtediparte si mangia tutti quanti. Irene porta le sue parole in tournèe, Daina ruzzola tra casaBàbu e folli imprese, Matteo rotola gomme e alle prove si arriva tutti stremati, con la mente su altri progetti, col corpo che a volte non ce la fa. Per preparare 6 minuti del nuovo lavoro ci abbiamo messo praticamente un anno, a volte siamo un po’ demotivati e altre siamo contenti così.

Poi per fortuna arrivano gli ospiti,

e allora,

ci si spolvera tutti e tre,

ci si lavano i vetri delle orecchie,

si sfodera l’argenteria della nonna,

e si prepara un minutino di benvenuto per le sacker salite da Roma,

e visto che pure noi di Fiesta ne abbiamo beccate un bel po’ il minutino piccino piccino rischia di diventare una mezz’ora di atto unico allo scemenzofono che tanto ci piace.

Quindi?

Quindi alle ore 17,07 non sappiamo cosa andremo a fare stasera…

capitanamericadell’ammòre?

DammitreparolesoleQoreamore?

La riscrittura di Twilight per Fantozzi, Filini e la Signorina Silvani?

Laguna blu con tutti e tre a chiappe al vento?

Love boat con Schettino che saluta alla partenza?

 Troppe ne vorremmo, probabilmente decideremo alle 20,55.

E ci piace così.

Signora mia, per fortuna che arrivano gli ospiti che ci si leva la polvere di dosso.

TuttieTre_artediparte

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Un’Etto di storia bisognosa di un titolo

C’era una volta,tanto tempo fa, una vecchina che abitava in una casa nel bosco oltre la valle. Questo bosco, di quando in quando, era scosso da potenti boati più forti di tuoni, più profondi di terremoti, più gorgoglianti dei mari in tempesta.

Emeriti studiosi furono inviati dal Principe a studiare il terrorifico fenomeno ma non riuscirono mai a scoprirne l’origine.

Questa vecchina aveva una nipotina che amava passeggiare per il bosco raccogliendo fiori, castagne, mirtilli e tutto quanto il bosco poteva donarle.

La nipotina, in linea con la famiglia, era iscritta all’ANPI che le aveva donato un cappuccetto rosso per il 25 aprile assieme al nome di battaglia “Etto”.

La nostra piccola Etto, durante le sue passeggiate nel bosco, non mancava mai di fare visita alla sua nonnina portandole uno spuntino: torta di mele, focaccia, peperonata, impepata di cozze, calzone fritto, bagnacauda, cotechino e bombardieri e altre delicate delizie accompagnate da un bottiglino di Sangiovese che fa buon sangue.

Ogni volta, sulla via del ritorno, la piccola Etto affrettava il passo per non essere travolta dal Grande Boato del Bosco che sembrava quasi attenderla…

La nonna ripeteva ad Etto:<Qui da me sei al sicuro, io sono vecchia e ne ho viste tante, ma nel bosco, attraverso la valle, stai attenta al lupo e a chi si nasconde ad osservarti>.

Poi, un giorno, niente più boati, il bosco si fece tranquillo ma, in questa tranquillità la nonnina si ammalò, il vecchio lupo morì e nuovi lupi si avvicinarono al bosco.

Più Etto le portava spuntini e più la nonna sembrava peggiorare, Etto rientrava a casa nel silenzio senza boati e le sembrava di scorgere occhi dietro ad ogni cespuglio.

Il tempo passava, la nonna peggiorava, Etto cresceva e il cacciatore si nascondeva nei cespugli ad ammirarla amoroso.

Quando Etto passava il cacciatore saltava fuori, fermava Etto e parlava parlava parlava parlava. Parlava delle sue prodezze, dei suoi denari, dei suoi muscoli, dei suoi fucili e le chiedeva il nome, il numero di telefono, i documenti, i nomi dei suoi amici…

Etto non sapeva come fare, rimpiangeva i tempi del vecchio lupo rubapolli che non aveva nemmeno bisogno di cacciatori:< Meglio il dubbio del lupo che la certezza di questo rompiscatole> si ripeteva.

Ripeti ripeti era arrivato l’inverno e un giorno, mentre Etto spiluccava una coda alla vaccinara con la nonna sempre più malata i nuovi lupi, affilatisi i denti, non avendo trovato pecore, saltarono dentro dalla finestra in un’esplosione di vetri ringhiando affamati.

Etto era impietrita, era certa che i lupi la avrebbero mangiata.

La nonna gridò:< Passami quella Gazzosa!> e squotendola la bevve tutta d’un fiato.

Nello sgomento di Etto si fece il silenzio, solo il respiro famelico dei lupi.

La nonna spalancò la bocca battendosi la pancia con la mano, fece scaturire un uragano dal proprio essere che investì in pieno i malcapitati lupi con boati infernali e tremori di mura, vocali e consonanti sovrapposte in uno snocciolìo di minacce e di bestemmie che solo novant’anni di vita della valle possono insegnare.

Etto era immobile e ammirata.

I lupi guaivano sotto le sedie: orecchie basse, pelo pettinato, coda tra le gambe. Quello sì che era un ringhio!

Etto immediatamente capì: la costipazione della nonna era il segreto del Grande Boato del Bosco! Era il segreto di tutta la valle! Tutte quelle bottiglie di gazzosa nelle case degli altri nonni, tutte così a portata di mano.

Ora anche lei sapeva!

La nonna, di nuovo in salute, strizzò l’occhio a Etto e, passandole una gazzosa, le sussurrò:<Se incontri ancora il cacciatore sai come fare, ne basta un sorsetto>.

E cappuccetto riprese la strada del bosco felice, si sarebbe allenata ogni giorno, con o senza gazzosa .

 

il tempo senza lavoro,consigli di lettura a me stessa

il tempo senza lavoro,consigli di lettura a me stessa

Oggi siamo in versione “consigli per la lettura”,

in autostrada schivando camion e pensando alle prove, Massimo Cirri (che sempre molto amiamo) parla a Fahrenheit (che pure molto amiamo) di questo nuovo libro a tante mani di persone che quelle mani non le possono più occupare nel loro lavoro e mutano un gesto che in solitudine può farsi disastroso in un gesto di relazione, in dialogo e in quanto tale rivoluzionario.

Sono curiosa di queste pagine, nell’interrogarmi ancora su quanto il lavoro, la professione che svolgiamo, sia divorante della personalità.

Intanto, per chi fosse curioso, c’è l’intervista a Cirri nel podcast di Fahrenheit di oggi pomeriggio.

daina_artediparte

p.s. quello in fucsia sotto al titolo è il link al libro, non so come mai si sia messo lì sotto…

siamo dei cazzari e ci piace così

Artediparte ritorna a se stesso, o a se stessa, non ci siamo mai interrogati sul genere di Artediparte…

a parte queste dissertazioni sul sesso di Artediparte (come degli angeli?), stiamo tornano su di noi, stiamo tornando a noi.

Per tutto quest’anno, un lunghissimo inverno, ci siamo barcamenati per tenere vivo Artediparte nonostante tutto, nonostante gli altri lavori con produzione e qualche denaro in più che abbiamo fatto, alcuni formativi, colti, altisonanti, altri di maniche rimboccate e questioni da risolvere, e ci siamo ritagliati serate di prove in cui a turno o anche tutti e tre ci siamo addormentati sul tavolo.

Serate in cui nessuno aveva approfondito i compiti che ci eravamo assegnati, in cui giravamo per ore intono alla stessa questione annodandoci sempre più, serate in cui ci sembrava impossibile continuare, serate che però erano casa, e visto che Artediparte è la nostra casa non la vogliamo lasciare per nessun motivo.

Allora sopravvissuti ad un lunghissimo inverno di carestia per l’autoproduzione forse è arrivato il disgelo, non che siano arrivati denari ma il sole è arrivato, e dei ritmi di lavoro un po’ meno assordanti e il desiderio di tornare a noi stessi nella forma che abbiamo nel prisma che diventiamo incastrati in tre.

La verità vera è questa:

siamo dei cazzari e ci piace così.

Artediparte sono le parole che altrimenti non si possono dire,

sono tutte le cose che vorremmo fare,

le pernacchie che non riusciamo a tenere,

le parolacce urlate per vedere di nascosto l’effetto che fa,

l’insofferenza per le giornate,

Artediparte è autoprodotto e ci piace così.

Artediparte non ci crede,

per partito preso non crede in ciò che sente,

Artediparte schiaccia il grillo parlante.

E Artediparte rimette le mani sul Lavoro,

dopo un anno su chi lavora non fa l’amore possiamo aggiungere che lavorare stanca e non rende liberi nemmeno un po’.

Lavorare ti fotte la vita, le giornate, l’immaginazione, il desiderio.

Ieri sera, su vecchio consiglio di 1/3 Artediparte gli altri 2/3 Artediparte guardavano Tutta la vita davanti, se l’1/3 scrivente di Artediparte non avesse venduto pentolini tupperware per qualche mese non crederebbe alla veridicità del film. Invece e vero. Fai un lavoro di merda e ti tocca pure cantare in coro che ti piace un sacco e applaudire che vince un fantastico frullatore per avere raggiunto livelli di vendita più alti.

E così è ovunque, ignoranti e contenti.

Come somari a monetizzare tutto.

A studiare come non deludere le aspettative del cliente che invece che fare il cliente si arroga il diritto di mettere bocca dove non sa nulla e tu resti lì col fiato sul collo. E quanto più il tuo lavoro è legato al servizio più che al prodotto tanto più il fiato sul collo è fetido.

E allora vaffanculo, anzi no, è parola abusata ormai (dopo non poter più gridare forza Italia! Alla finale dei mondiali non possiamo più nemmeno mandarci sentitamente affanculo).

E allora,

solamente:

non ci credo!

No ci credo che il lavoro sia realizzazione, felicità, sicurezza, orologio dell’esistenza.

Solo un mezzo, da prendere con più distanza possibile.

Amiamo le nostre attività, le nostre giornate ma resistiamo al vincolarle alla loro misura in denaro co tutta la lucidità di cui disponiamo.

daina_artediparte

Riflessioni libere sul primo maggio, il primo maggio

A parte il fatto che hanno beatificato Wojtyla il primo maggio e questo mi fa montare un nervoso a cappuccino ogni anno…

 Ieri mattina mi sono trovata davanti alla domanda: “che cos’è la festa del lavoro?” posta dal nano cinquenne.

Come si spiega cos’è la festa del lavoro?

Perché è una festa, visto che giusto un paio di mesi fa le ho detto che la festa della donna è un giorno in cui sono morti tutti, e pure lavorando, e la nana concorda che morire lavorando sia veramente una pessima maniera per estinguersi?

Come si spiega che lavorare è un diritto, non un’imposizione?

Come si spiega cos’è un diritto?

Come si spiega che esiste un lavoro arte delle mani e dell’intelletto e un lavoro schiavitù del denaro?

Come si spiega che l’impegno per perseguire un obiettivo è una forza enorme e l’essere sottomessi per una paga è estenuante? E che l’accettarlo è annientare il proprio desiderare?

Come spiegare che le persone erano proprietà di altre persone, e che a volte lo sono ancora, e che la proprietà prima era proprio proprietà poi ha preso nomi subdoli e raffinati?

Come spiegare che c’è chi è morto per avere diritto a godere della propria vita e della propria famiglia oltre che avere dovere di garantirne la sussistenza?

Come spiegare che qualcuno ha sparato e continua a sparare su chi chiede cose che sembrano così naturali?

Come spiegarlo ad una bambina che ha ben chiaro che i sitemi di valori sono una cosa molto molto molto relativa?

Come spiegare che un Primo maggio di tanti anni fa August Spies, Michael Schwab, Samuel Fielden, Albert R. Parsons, Adolph Fischer, George Engel e Louis Lingg, Oscar W. Neebe presero parte all’organizzazione di una manifestazione per le 8 ore di lavoro e il 20 agosto dell’anno successivo 7 di loro furono condannati a morte perché anarchici e l’ottavo fu condannato a 15 anni?

Come spiegarle suo nonno ha cominciato a lavorare a 11 anni, e che tanti come quei 7 sono stati ammazzati perché noi tutti potessimo giocare a pallone e andare a scuola da bambini?

Come spiegarle che ancora altri vengono ammazzati perché altri bambini possano andare a scuola e giocare a pallone?

 

Come spiegarle che è necessario sognare un mondo che vada oltre tutto questo?

 Ci sto provando.

 BUON PRIMO MAGGIO

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Il 25 aprile mi ha sempre creato una certa scomodità, il 22 invece mi ha sempre commosso

Il 25 aprile mi ha sempre creato una certa scomodità, il 22 invece mi ha sempre commosso,

forse perché nella mia scuola si festeggiava il 22, perché il 22 i partigiani avevano liberato la città, forse perché abbiamo imparato prima Bella Ciao e poi Fratelli d’Italia, forse perché il primo pensiero è a Casa Cervi, forse perché il Maestro di musica, l’unico a cui si dava del Lei chiamandolo Maestro Cozzi già a sei anni con le sue grandi mani e grandi orecchie ogni anno ci raccontava di come avessero portato via tutti dalla casa in cui era e nessuno tornò, lui fu tenuto lì a suonare il suo violino, e ringraziava il suo violino per potercelo raccontare, forse perché mio nonno in quegli anni ha smesso di suonare la fisarmonica e poi è stato eletto, quella primavera reginetto del paese, in paese erano rimasti solo lui e due invalidi di guerra, forse perché mia suocera dopo avere imparato a dire mamma ha imparato a dire raus e a tre anni ha rischiato di farsi portare via, forse perché sono cresciuta in una terra di sopravvisuuti silenziosi.

Oggi sentivo un’intervista a Caterpillar, partigiano Sonia, 97 anni credo, diceva che tutte le donne hanno partecipato alla resistenza poi sono tornate alle loro case senza chiedere nulla a nessuno, che lo hanno fatto semplicemente perché gli sembrava giusto, ecco, nella mia memoria tutte le persone hanno liberato se stesse il 22 aprile semplicemente perché lo ritenevano giusto, ritenevano necessaria la libertà, pochi, pochissimi, la hanno potuta intravedere ma tutti la avevano sognata con la forze di ottenerla.

Forse perché “il 25 poi sono arrivati gli americani e allora la Liberazione è il 25” e questa cosa non mi è mai andata a genio, chi erano questi americani? Cosa volevano?

Nella memoria di un’altra nonna c’era solo il re e poi gli americani, e io quella cosa non riuscivo a capirla, vivevamo nello stesso paese ma qualcuno sentiva di essersi liberato casa, qualcun altro si sentiva graziato.

In un’età in cui i perché storici non sono il primo strumento di comprensione io non capivo…

e un po’ così sono rimasta, ho bisogno di festeggiare il coraggio del sogno della libertà, ho bisogno di ricordare chi lo ha avuto, chi ne ha avuto, smania, necessità, bisogno, ho bisogno di rifletterci ogni anno, ogni giorno.

Ho bisogno di ricordare che la resistenza è un atto quotidiano, una pedagogia della vita, della propria esistenza, ho bisogno di chiedermi se ne ho il coraggio, ho bisogno di impormi il coraggio.

Ho bisogno di fuggire da una vita assopita, ho bisogno di rifiutare di credere, un giorno qualcuno mi ha detto che vivere così è molto faticoso, ma lo voglio, non credo di avere altra possibilità, non credo di volerla.

 

Alla salute e alla memoria di tutti coloro che hanno sognato la libertà così forte da volerla rendere reale

daina_artediparte

Ods per one billion rising

riguardo all’articolo precedente, sull’importanza della parole e del gesto e quanto ogni parole sia un gesto, una azione e ogni azione viva della parola che la accomapgna o che la precede.

daina_artediparte&friends

sulle parole, sulle vagine, sui loro monologhi

Artediparte si concentra sulle parole, le parole per dire, per farsi capire, per capirsi mentre si parla e anche mentre si pensa.

Artediparte cerca parole per differenziare il lavoro-energia dal lavoro-resa economica.

Artediparte si perde, con la sua solita dedizione alla distrazione, si perde nelle parole e ne incontra molte, alcune non più usate, altre usate troppo, altre non ancora usate col dovuto coraggio.

Parlare è rivoluzionario, scrivere è rivoluzionario,

e allora torna ai Monologhi della Vagina, alla prima volta che li ho letti, diciannovenne, appena tradotti, te li passavi in accademia tra le sedie come il testo del millennio, tutti ad ammirare il coraggio di questa donna che aveva fatto parlare le vagine direttamente,e tutti ad impararli, recitarli (male come sono al prim’anno di accademia puoi fare), poi è passato il tempo, sono passati gli anni di accademia e la mia attenzione per i monologhi è scemata, eravamo impegnati ad essere così intellettuali da dimenticare la centralità del corpo e dei suoi nomi.

Li leggevamo disinvolti e disinvolte ad alta voce poi quando andavamo dal ginecologo dicevamo che avevamo un problemino “lì”.

Nel frattempo altre donne, più attente, più coraggiose, forse anche più adulte, hanno impugnato quelle parole e le hanno dette ad alta voce, con delicatezza, con ironia, con affetto, con simpatia, con rabbia, le hanno dette e non si sono più fermate.

E allora molte le abbiamo dette ancora, e ne abbiamo dette altre e forse stiamo imparando a dare i nomi propri alle cose e alle parti.

Nel frattempo quelle ventenni siamo cresciute, ci sono altre ventenni, forse più coscienti delle parole, alcune di noi stanno insegnando alle loro figlie i nomi propri, e chissà che le nostre figlie non ridano un giorno della farfallina o della patatina come noi oggi ridiamo della cicogna o del nascere sotto i cavoli.

Poi quella coraggiosa scrittrice, che già aveva fatto sollevare migliaia di donne e di uomini, si è tuffata in una follia che ha chiamato One Billion Rising, che recitava Strike! Rise! Dance! E come tradurlo? Sollevati?sciopera?alzati? E quel billion ha danzato, ma con quali parole?

Qui in città molte realtà hanno partecipato seguendo le proposte delle infaticabili organizzatrici, anche la scuola di danza con cui collaboro, abbiamo fatto un video con tanti allievi, maschi e femmine, grandi e piccoli, coi ragazzi è stato semplice parlare, scegliere le parole per raccontargli questo sogno, questa necessità.

E coi bambini?

Come raccontare la realtà senza creare orchi? Come dire di fare attenzione agli orchi e alzarsi, ribellarsi danzare senza spaventare con gli orchi? Come preservare l’infanzia dicendo alle bambine di preservarla loro stesse?

E allora vedo le bambine provare, con la loro bella maestra Alessia, che aveva modificato alcuni movimenti che erano diventati “basta farmi male” e “voglio ballare” e “voglio essere felice”.

E, anche solo per quella giornata, per quell’attenzione alle parole, giuste, scelte, dosate è stata una grande rivoluzione.

Dell’importanza della parola, del gesto, della coscienza.

La scorsa settimana sono andati in scena di nuovo i Monologhi della Vagina, e ancora qualcuno ha storno il naso, e allora continuiamo a scegliere la parole, a brandirle, a farcene forza, ogni parola, ogni giorno.

Torniamo alle parole, alla loro importanza, alla salute degli emoticons e dei tweet con #, delle abbreviazioni per sms, scegliamo le parole, con coraggio, scegliamo le parole nelle loro unicità, coniughiamole perché siano ancora più nostre.

Rileggo, torno ad Artediparte, e al dilemma in italiano della differenza tra work e job, e al momento non ne esco, penserò., parlerò, scriverò anzi parleremo, penseremo, scriveremo. Poi sicuramente rideremo.

daina_artediparte

oggi non vaddo a lavorare, non penso che ci andrò domani. prendiamo il controllo delle nostre vite eviviamo per il piacere e non per il dovere

Leggo una pagina da Internazionale che si chiama Work is not a job,

l’importanza della parole,

amo ciò che faccio,

amo gli spettacoli,

amo le prove,

amo prendere lezione e trasmettere quello che imparo,

amo assistere chi conosce a fondo la sua arte e apprendere,

amo risolvere problemi,

amo incontrare le persone, anche quelle con cui poi non vado troppo a braccetto,

mi opprime monetizzare tutto questo,

mi opprime calcolare il valore economico di ogni azione,

mi toglie il desiderio,

ho bisogno di sognare di fare per il gusto di fare, per la frenesia di condividere, di incontrare, di fare esperimenti,

ho bisogno di offrire il mio tempo, di donarlo senza ragionare su cosa avrò in cambio.

Sono una persona fortunata, riesco a vivere di ciò che amo fare, ma sono anche la rovina di me stessa perché ho monetizzato i miei sogni,

come se guardare negli occhi il mio uomo avesse un ritorno in denaro, o portare al parco i figli avesse un ritorno in denaro e il valore economico del tempo con loro aumentasse in base al loro entusiasmo alle mie proposte di gioco.

Dopo breve tempo troverei impegnativo guardare negli occhi il mio uomo e faticosissimo andare al parco coi figli.

E mi torna in mente una maglietta di tanti anni fa, una delle prima che comprai da sola, in una distribuzione, diceva “oggi non vado a lavorare, non penso che ci andrò domani. Prendiamo il controllo delle nostre vite e viviamo per il piacere e non per il dovere”, solamente ora, dopo tanti anni mi rendo conto che le parole centrali erano “prendiamo il controllo delle nostre vite”.

Solo ora mi rendo conto di quale incontenibile atto di resistenza sia rimanere nel dono, nel piacere, nello scambio di necessità, che non è baratto, non ha una valore quantificabile se non quello del piacere e della necessità.

Quanto io aneli una lentezza di pensiero, per assaporare le cose, un tempo di lettura, di pensiero, di ragionamento, di emozione.

Work is not a job…really

daina_artediparte